martedì 6 dicembre 2011

La mia sincera visione del Karate

Ho riflettuto su un argomento importante e riguardante il corretto apprendimento e riguardo l'acquisizione di uno spirito positivo. Leggendo il meraviglioso testo di Shigeru Egami "La via del Karate passi su una via vivente" e "Il cuore dell'Aikido" di Ueshiba si riesce a captare come le arti marziali non siano un fenomeno di contrasto ma un metodo di unione che va oltre il confronto.
Io ho sempre amato il Karate perchè ho sempre pensato che fosse una disciplina che potesse esistere anche nella pratica solitaria, a differenza dell'Aikido o del Judo che tecnicamente per esistere hanno la necessità di un compagno. Bene questa affermazione sul Karate è vera in parte e l'ho "sentita" realmente sulla mia pelle, grazie ancora alla nuova esperienza di insegnamento concessami. Da principio ho impostato la pratica incentrando l'attenzione sull'esecuzione nel vuoto, da istruttore osservando e correggendo, da praticante solitario concentrandomi su concetti come la fermezza della tecnica e la percezione del contesto. Poi sono arrivato al dunque, in tutto questo pensare al tutto credo di essermi scordato il fatto che anche il Karate senza un compagno non può ben esistere.
Ho cominciato quindi ad evolvere la mia pratica spostandola in piccole parti anche sulla "lotta" e sulla completezza secondo le direttive dei maestri Funakoshi, Egami e Myagi i quali sostenevano che il Karate non è solo calci e pugni ma anche controllo ravvicinato dell'avversario per far si che il karate stesso possa essere un'arte completa in tutto e per tutto. Ecco è stato proprio in questi momenti di studio a contatto, sia in fase di controllo simil-lotta che nelle fasi di applicazione della tecnica, nel bunkai caratteristico del karate, che ho sentito qualcosa di diverso.
Non saprei spiegare bene a parole questa sensazione, è come però se avessi sentito come un riempirsi dentro di me, si come se il mio spirito si riempisse di qualcosa, il contatto con i compagni è stata un'esperienza sempre provata negli anni di pratica ma forse adesso in questa mia ostentata astinenza di lavoro in coppia ne ho capito il vero valore. E non solo, mi sono anche reso conto che è possibile per i miei compagni imparare più velocemente perchè concretizzano qualcosa che nel vuoto ha una forma limitata, e se quindi ritengo importantissima la pratica continuativa ed estenuante nel vuoto per uno sviluppo spirituale adesso comprendo anche la necessità della sinergia tra le persone che non apporta solamente un beneficio tecnico qualitativo ma un'interazione tra due soggetti che imparano a relazionarsi in modi diversi dal semplice parlare e armonizzano gli altri sensi in una fusione spirituale.
Ecco questo ragionamento non vuole rasentare l'esoterico o il religioso, ma vuole essere un pensiero su una visione più chiara dei concetti espressi da molti maestri sulle arti marziali come veicolo di amore e di pace. Sicuramente quello da me sperimentato è solo il primo passo verso una più chiara e ampia comprensione certo è anche che ciò mi fa comprendere ancora di più l'inutilità della competizione come obiettivo primario. Nonostante la mia giovane età e relativa impulsività mi porti ad un'istintiva voglia di confronto libero, riesco a carpire, forse, quelli che sono i giusti risvolti del confronto.
Se esso è permeato da un'aura di pacifica e mutua sinergia il confronto libero può essere veicolo non solo di test personale ma anche metodo di apprendimento, se puntiamo poi questa visione su un karate che cerca di essere completo allora ognuno può trovare il suo personale spazio e armonizzarsi con una strategia corretta e adatta, sviluppata con le proprie capacità. Se cerchiamo di confrontarci senza sentire la necessità di dover opprimere l'oppositore ma solamente scambiare qualcosa allora entreremo in uno stato di unificazione costruttivo, se il nostro obiettivo è solo quello di dimostrare la nostra prestanza e superiorità la nostra unificazione sarà solamente un atto negativo e controproducente.

Apro una parentesi. Secondo me l'unificazione della mente, del corpo e dello spirito può essere sia negativa che positiva, il bene e il male sono le due parti che fondendosi formano l'equilibrio come ci insegna lo Zen. Ecco l'unificazione mente corpo è neutra, essa non ha obiettivo, non ha personalità, non ha anima, è un bel traguardo ma non è tutto, l'unificazione completa deriva dall'unione ad essi dello spirito che può essere sia positivo o negativo, la nostra energia può avere fonti differenti, per questo secondo me bisogna tenere sempre in considerazione anche il perchè!

Nei molti libri spiritualistico-marziali in cui mi sono imbattuto i maestri cercano sempre di esplicare un come. Come si arriva ad un determinato obiettivo, come si raggiunge un certo risultato o come una risposta possa arrivare. Poche volte però viene esplicato il perchè. E' giusto spiegare come arrivare ad una giusta unificazione ma non dobbiamo perdere di vista il perchè, ovvero l'atto scatenante che provoca la scintilla unificatrice. Sempre secondo me l'unificazione deve essere sorretta da una spinta positiva per non incorrere nel baratro e per poter raggiungere la luce, un'unificazione fondata solo su fattori che pongono il corpo in primo piano non sono corretti, non voglio addentrarmi troppo nella mia personale visione corporea, ognuno ha la sua immagine di fisicità, bisogna dare allo spirito il maggiore risalto, plasmarlo nel giusto modo e svilupparlo nella direzione giusta, ciò forse evita dei rimpianti credo, per questo mi sto scervellando verso una pratica che non abbia limiti che possa essere il veicolo di tutti.
Un Karate che possa dare ad ognuno un pizzico di tutto e che possa arricchire nella maniera giusta il praticante. Adesso capisco meglio cosa significa quando taluni maestri dicono che il karate è un mezzo per formare uomini. Non so se la mia visione è corretta ma credo fermamente che se in Dojo ci viene insegnato e ci sforziamo di accettare gli altri anche sotto forme diverse dai cinque sensi e impariamo ad interagire con il prossimo arriveremo al dunque che la tecnica è solo un mezzo così come il corpo è solo un contenitore, fondamentale ci mancherebbe, ma non è la parte importante.

E così adesso anche la pratica in solitario diventa una pratica migliore, perchè possiamo essere noi stessi il nostro compagno, ognuno ha il suo modo di visualizzarsi e provare ad interagire anche con una figura inesistente può essere un modo per trovare un giusto stimolo che vada oltre la perfezione tecnica e che rispecchi la giusta efficacia e un modo alternativo per raggiungere lo scopo primario, sconfiggere se stessi.

Come diceva Egami per certi aspetti del Karate, per arrivare al giusto dobbiamo prima sbagliare e capire l'errore, solo così sarà più chiara la Via. Se da prima l'insegnamento congiunto veicola due persone sotto una tecnica che impone un attacco e una difesa con lo studio approfondito si arriverà a capire che le due cose sono una sola e che non potrebbero esistere distintamente senza la presenza dell'altro. Quindi mi rendo conto sia difficile da spiegare, soprattutto da parte di una persona che ha ancora molto da scoprire ma si può andare oltre il combattimento, oltre il confronto, oltre l'attacco e la difesa e il raggiungimento della pace interiore arriva proprio quando si riescono a scindere tutti questi concetti ma sul come io ancora non mi espongo, non ci sono ancora arrivato però sul perchè possiamo fin da subito porre tutti la giusta attenzione, il resto arriva, o almeno così i grandi maestri ci hanno promesso...


OSU

domenica 24 luglio 2011

L'illuminazione




Un uomo illuminato non è un uomo invincibile è solo una persona che riesce a percepire il massimo peso di cui si può fare carico.

lunedì 27 giugno 2011

La vera esperienza

Essendo il Budo una disciplina che aiuta a crescere capita certe volte di trovare delle persone immature sotto il profilo morale. Esse hanno la ncessità di dimostrare la loro esperienza con la forza. Quando pratichiamo con un compagno di grado più basso dobbiamo incitarlo ad osare, così che possa crescere e migliorarsi con il consiglio di tutti e non solo del maestro. Purtroppo c’è chi non accetta ciò e al momento in cui il grado più basso si ritrova allo stesso livello del compagno anziano quest’ultimo accecato dalla superbia reprime l’iniziativa con la forza gettando in basso il compagno, dimostrando forzatamente le sue false capacità.

Quando un grado inferiore osa e arriva, significa che lo abbiamo sottovalutato e con questo dobbiamo essere felici per lui, applaudirlo ma allo stesso modo ciò implica che abbiamo abbassato la guardia e che dobbiamo riaprire gli occhi, agendo in un maggior impegno nella propria difesa. Chi si appresta a non accettare ciò, e accecato vuole imporsi con la forza non è sulla Via e trasporta con se anche il compagno che si vede bloccato in un circolo vizioso. Egli non potrà imparare ad applicare perchè al momento dell’apprendimento la sua iniziativa verrà ingiustamente bloccata e quando sarà cresciuto farà lo stesso con chi verrà dopo di lui.

Dobbiamo aiutare gli altri a crescere, il fatto di voler dimostrare la propria superiorità è segno di debolezza perchè inconsciamente non riconosciamo le nostre capacità e i nostri limiti, che esteriormente agli occhi degli altri sono già simboleggiate con la cintura che portiamo, la quale dimostra l’esperienza e non la forza. Dobbiamo prodigarci per gli altri e aiutarli ad essere se stessi, perchè la vera forza, la vera esperienza, la vera saggezza la si riscontra in un consiglio ricevuto non in un pugno ricevuto.

giovedì 9 giugno 2011

Il BuDo e la Morte

I Samurai sono in un certo qual modo i nostri precursori, in senso temporale e in senso marziale e seppure alcuni di noi non hanno legami culturali diretti con il Giappone sono un esempio che da praticanti di discipline giapponesi non possiamo ignorare. Essi come maestri del Budo e come praticanti del Bushido dettero una semplice spigazione al tutto.

:- Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte (...) L'essenza del Bushido è prepararsi alla morte, mattina e sera, in ogni momento della giornata. Quando un Samurai è sempre pronto a morire, padroneggia la Via.

Queste frasi hanno un significato molto profondo nel budo ne assumono uno primario. Sappiamo che indipendentemente dall'arte impariamo anche il concetto di combattimento. E ponendo la nostra attenzione su ciò che facciamo possiamo capire che se noi accettiamo di studiare determinate pratiche allora noi entriamo in una condizione di accettazione della morte e della vita come unità di passaggio. Lo sportivo non può apprezzare questo, il budoka deve farlo dal primo giorno di pratica. Non è una condizione vivibile sin dal primo giorno ma il risultato della somma di una pratica continua. Non si può sperare di accettare questa realtà in poco tempo ma se ci convinciamo piano piano di ciò la nostra mente sarà libera e vivrà ogni esperienza con leggerezza e naturalezza, qui e ora, solo per quello che è il momento che stiamo vivendo. Non c'è passato e non c'è futuro quando si accetta ciò c'è solo la necessità di vivere il presente degustando ogni istante.
Tutto questo non significa desiderare di morire, ma solo aprire gli occhi e capire ciò che cos'è in realtà lo stato di vita e di morte e apprezzarle allo stesso modo come parte della nostra esistenza, senza cercare ne allontanare.

giovedì 28 aprile 2011

Lo scopo ultimo dell'arte marziale

Le arti marziali per quanto assurdo può sembrare servono per fare la pace non per fare la guerra, le arti marziali considerate nel senso stretto di ARTE.

Perchè dico questo, semplicemente perchè molti giovani necessitano di un'affermazione personale nella società, cercando il modo di riscattare i problemi nella supremazia sugli altri e molto spesso una gara, una competizione dove viene inculcato solo il concetto di vincere o perdere si trasforma in una stilizzazione della società, dove vince il più duro, il più cattivo e non l'armonioso e il giusto.


Chi dice che le arti marziali non vanno mai adoperate non è un vero praticante.

Un allievo chiese al maestro :-Come si concilia il Samurai che uccide con lo Zen?



Il maestro rispose :- Se combatti un avversario per andare oltre, la tua spada sarà nel giusto ma se combatti un avversario con il solo scopo di sconfiggerlo allora sarai solo un cane da combattimento.





Con la pratica delle arti marziali dobbiamo cercare di diventare delle persone migliori, impegnandosi ogni giorno sia nel dojo che fuori, vivendo nella cortesia e nella pazienza, ma soprattutto nel rispetto verso il prossimo e nell'elevazione della giustizia. Dobbiamo diventare noi stessi più di quanto non lo siamo già. Migliorarsi ogni giorno per noi stessi e per gli altri. La voglia di perfezionare ogni aspetto della vita e della disciplina, affrontare senza paura e con il sorriso ogni giorno che ci viene incontro ma non perchè deve essere per forza un buon giorno, ma perchè è un giorno, un'opportunità da non sprecare nel rispetto di chi non gli è stato concesso. E' difficile, molto difficile superare gli ostacoli della vita e tanto più lo è rialzarsi ogni volta che si cade, ma la nostra forza deve diventare la forza degli altri così che ognuno di noi possa diventare un mattone fondamentale di un indistruttibile società.

sabato 16 aprile 2011

La percezione


Oggi ho appreso una lezione veramente importante e soprattutto proveniente da un esponente dell'Aikido. Chiedendo spiegazioni riguardo al Maestro Ueshiba e alle sue particolari doti riguardo l'utilizzo del Ki ho avuto una grandissima illuminazione a riguardo.


Mi ha speigato fondamentalmente che il Ki non è altro che percezione. Quando noi siamo in pace il Ki è armonizzato intorno a noi in ogni direzione, mentre quando proviamo una forte emozione, ad esempio la rabbia incanaliamo il Ki in un unica direzione ed escludiamo tutto il resto. Sviluppare il Ki significa sviluppare il nostro sesto senso, la nostra percezione. In senso pratico questa può essere una risposta interessante agli interrogativi che ci poniamo quando leggiamo o sentiamo dire di persone che con la propria energia riescono a compiere imprese eccezionali, nulla di più falso.


Mi ha inoltre speigato che la meditazione, intesa sempre in senso pratico come respirazione nell'Aikido è praticata come vera e propria tecnica, tale da diventare anche qui parte integrante della pratica, in maniera un po' diversa dal Karate, ed è qui che trova spazio al meglio il proverbio

:- Le arti marziali sono Vie diverse per raggiungere la sommità della stessa montagna.


Il concetto che alla fine sta alla base delle vere arti marziali, del vero Budo è lo stesso, la stessa base per ogni disciplina. Come diceva Deshimaru Taisen


:- Praticare per essere, non per avere.


osu

giovedì 14 aprile 2011

Resistere fino alla fine

E' molto tempo che non scrivo, forse troppi impegni, troppi pensieri o semplicemente troppa poca voglia di riflettere seriamente su me stesso. Durante questo periodo sono state diverse le prove che ho affrontato, tutte molto personali, ma una in particolare mi ha reso e mi sta rendendo migliore, il desiderio di non abbandonarsi mai.


Ebbene grazie al Karate sono riuscito ad imparare un nuovo punto di forza da poter sfruttare anche fuori dal Dojo. Un principio che si può riassumere in una sola parola, OSU, che letteralmente e volgarmente significa avere la voglia di ribattere la testa su un determinato ostacolo da superare ad ogni costo.


Tutto questo è scaturito fuori durante una delle tante lezioni e durante uno dei più duri che si possa affrontare nella stessa, flessioni. Flessioni in ogni modo, perchè Questo Karate non solo ha la meravigliosa caratteristica di rimandare alle origini la disciplina ma ha la meravigliosa capacità di fantasticare su ogni modo possibile di migliorarsi in ogni piccolo aspetto. Così da una flessione a mano aperta si passa a concentrare la forza su ogni punto d'appoggio.


Nel mentre quindi stavo flettendo il mio corpo per la medesima volta verso terra ho avvertito la necessità di smettere, di porre fine al supplizio, una voce interna diceva :- Basta, fa male, posso smettere ho già dato... E nel mentre pensavo a questo mi sono girato verso un compagno anziano, che con una sola mano stava tenendo testa alla mia stessa prova. Non capivo, come poteva arrivare a tanto?


Dopo qualche giorno ho chiesto dubbioso consiglio al mio Maestro il quale mi ha dato la seguente indicazione :- Vedi, dopo un certo numero di esercizi il corpo comincia a cedere e supplicare, la mente viene influenzata da ciò e decide di porre fine, ma il corpo sa che può dare di più, solo che non se la sente. Allora tu dovrai addestrare la tua mente affinchè si tappi gli orecchi e apra la bocca per chiamare in causa lo spirito, il quale potrà dare sostgno al corpo e portarlo oltre il limite. E' il principio dell'OSU.


Allora ho cominciato a capire ciò che voleva dirmi. Osu vuol dire sbattere la testa contro il muro e continuare a farlo perchè c'è qualcosa di più dietro un semplice gesto, c'è la capacità di aprire i rubinetti dell'anima per unificare mente, corpo e spirito, per far si che niente sia impossibile, che niente ci impedisca di dare tutto per superare un ostacolo, è vero a volte il muro è così alto che non basta un semplice salto, ci vuole la voglia di scalarlo ed è li, quando il muro è più alto di ciò che sembrava che dobbiamo dare il massimo per raggiungere la cima, perchè se ci lasciassimo andare non faremmo altro che ricadere in basso e ricominciare tutto da capo.


A tal proposito vorrei aggiungere che durante una sessione di potenziamento sono riuscito ad evitare di ascoltare il mio corpo e proseguire oltre, così tanto che ad un certo punto mi sono ritrovato faccia a terra, i miei bracci non rispondevano più, erano stati zittiti dalla forza della mente, e in quel momento pur essendo a terra, pur non sentendo più gli arti sono rimasto soddisfatto e ho detto :- Ecco questo è l'unico limite che mi posso permettere, quando il corpo automaticamente deve spengersi per evitare un black-out, ma per il resto del tempo ci vuole solamente il massimo regime di consumo.


OSU

venerdì 7 gennaio 2011

Filosofia sempre e comunque

Questa volta mi piacerebbe molto parlare di un argomento che viene sottovalutato molte volte: la filosofia negli sport da combattimento. Vorrei prendere come esempio il pugilato, disciplina che per eccellenza si mette in prima fila per quanto riguarda gli sport "marziali". Però non tutti sanno che esiste un documento non scritto che contiene il codice morale del vero pugile, principi che rispecchiano molto la natura sportiva della boxe ma che allo stesso modo fanno pensare che chi combatte sul ring è un vero e proprio guerriero alla pari di tutti.


La lista viene comunemente chiamata decalogo del pugile.


1) Quando un avversario si mostra sleale, non ti abbassare al suo livello. Comunque vada a finire, sei stato il più forte.


2) La costanza nella preparazione atletica ti garantisce la vittoria più importante, quella su te stesso.


3) Quando sei nettamente superiore al tuo avversario non umiliarlo, il tuo onore cadrebbe al tappeto.


4) Ogni combattimento ti costa pena e dolore, la vera sfida è sconfiggere loro.


5) Intelligenza è anche capire quando accettare una sconfitta. Insieme alla spugna avrai gettato le basi per un nuovo incontro.


6) Sul ring non devi temere nessuno ma rispettare tutti, dall'arbitro all'ultimo degli spettatori.


7) Accettare una sconfitta ingiusta ti fa più onore di una vittoria.


8) Per essere un vero pugile serve forza fisica ma soprattutto spirituale: onestà, laboriosità e serietà.


9) Chi ama il pugilato rispetta tutto ciò che fa parte di questo mondo. Si può perdere un incontro ma non si deve mai perdere la testa.


10) Dopo un incontro ricordati sempre che il tuo avversario ha un grande amore in comune con te: la boxe.


Ecco a questo punto mi piacerebbe commentare dei punti che in qualche modo hanno delle analogie con le arti marziali.


Se guardiamo il punto 2 troviamo una somiglianza incredibile con uno dei principi più importanti delle arti marziali, la vittoria su se stessi. Nel pugilato viene vista da un punto prettamente fisico a differenza nostra che ci concenrtiamo anche sull'aspetto psicologico del nostro ego da abbattere, ma allo stesso modo l'analogia tra i due principi è veramente importante.


Se guardiamo il punto quattro troviamo anche li delle analogie, sconfiggere il dolore, nella boxe è un problema del ring per noi è un problema continuo ma il concetto che sta alla base è quello di insegnare alla mente a non ascoltare le suppliche del corpo.


E infine al punto 8 viene chiaramente detto che il pugile non è solamente espressione di forza bruta ma anche spirituale, questo è molto importante, ci deve essere sempre una ragione per combattere.


Concludo dicendo che questi paragoni sono stati fatti per avvicinare gli artisti marziali a un mondo che ripudiano e viceversa, mettendo in risalto principi che alla fine sono comuni ad ogni pratica marziale. Io pratico Karate ma rispetto ogni altro praticante così come ogni altro uomo, perchè sono dell'idea che si possa imparare qualcosa da ogni persona che incontriamo sul nostro cammino.


OSU

domenica 19 dicembre 2010

Le altezze

Parlo spesso delle implicazioni filosofiche nelle arti marziali ma è bene considerare anche gli aspetti tecnici delle stesse. E' inutile allenarsi e crescere secondo uno standard prestabilito senza considerare le condizioni del proprio corpo. A tal proposito sarebbe bello parlare della differenza di altezza tra due avversari. Capita a volte di vedere questa disuguaglianza che può essere vantaggiosa sia per uno che per l'altro atleta. Questo discorso si riferisce alle discipline di striking, in quanto la mia esperienza è solamente "in piedi". Mi è capitato diverse volte di dovermi confrontare con avversari più alti e più bassi, ho visto incontri di atleti più alti e più bassi e di conseguenza ho sentito pareri di maestri "alti e bassi" anch'essi, ognuno con le proprie strategie.

Quindi ci sono delle tattiche vincenti quando ci si trova di fronte ad un avversario più alto o più basso?

Esporrò quello che è il mio pensiero, il pensiero del mio maestro di Kick-boxing, un uomo molto alto, supera i 180 cm e il pensiero di un maestro e campione di muay-thai che milita nei pesi gallo. Indicherò i pareri con A, B e C riferiti all'ordine con cui ho inserito i soggetti nel discorso precedente.

Avversario alto.
A: Con un avversario alto la mia strategia consiste nel tenerlo il più lontano possibile e schermare con i calci, nella speranza che anche lui faccia la stessa cosa, sono dell'idea che sia meglio limitare i colpi di pugno, in quanto si rischia di avvicinarsi troppo all'avversario il quale avendo leve più lunghe avrà meno difficoltà nel colpire.

B: Il mio maestro di kick-boxing è convinto che con un avversario più alto si debba sostenere un combattimento con una quantità uguale di calci e pugni ma fatta di continui spostamenti intorno all'avversario e avanti e indietro. Una vera e propria danza atta a colpire senza farsi colpire, il che può essere efficace ma si ha un notevole dipendio di energia.

C: Il campione dei pesi gallo invece sostiene che contro un avversario più alto si debba cercare la corta distanza cercando di antrare il più possibile nella guardia avversaria giocando di ganci, montanti e calci bassi, evitare gli allunghi per favorire un vero e proprio corpo a corpo.

Avversario basso
A: Personalmente sono dell'idea che contro un avversario basso si debba sfruttare il massimo della propria estensione mirando a distanza punti critici per favorire il Ko, vedi testa e fegato, questo perchè temo l'insidiosità degli avversari bassi e non saprei reagire bene se mi entrasse nella guardia.

B: Il mio maestro di Kick-boxing dice che bisogna tenerlo a distanza ma martellare molto sulle gambe, cercando di ridurne la mobilità e staticizzare il più possibile il movimento avversario, creandosi quindi la possibilità di "mirare" il più possibile.

C: Il thai-boxer sostiene che contro un avversario basso è bene cercare colpi lunghi e di spinta per allontanarlo e lavorarlo anche sul piano psicologico, ovvero cercare di rendersi impenetrabile, colpi diretti con il pugno e calci diretti per un allontanamento repentino ed esplosivo.


La mia considerazione finale riguarda soprattutto i pareri tecnici dei due maestri che dopo una breve intervista mi hanno dato un'impressione univoca. Essi hanno una strategia personale relativa alle proprie caratteristiche e quando si tratta di andare contro le stesse, (il maestro basso contro uno alto e quello alto contro uno basso) non è venuto fuori altro che una strategia contro se stessi. L'analisi oggettiva del proprio parere è risultata poi essere un'analisi contro se stessi, ovvero sconfiggere un avversario che si comporta come farebbero loro.

Nulla da dire verso questi due campioni, anche perchè se le loro strategie non fossero vincenti uno non sarebbe campione italiano e uno campione del mondo, ma sono dell'idea che la strategia si debba adattare diversamente da avversario ad avversario concentrandosi tutte le volte su qualcosa di nuovo, semplice e letale per mettere Ko l'avversario senza pensare troppo.

OSU

sabato 27 novembre 2010

Karate vs Judo

Personalmente considero il Karate e il Judo le arti marziali per ccellenza, più specificatamente il Karate Kyokushinkai e il Judo tradizionale della Kodokan. Mi sono sempre chiesto: ma chi avrebbe la meglio tra un karateka e un Judoka? Se consideriamo 2 praticanti qualsiasi non sarebbero certezze, ma se prendiamo in considerazione 2 dei più grandi budoka della storia allora la faccenda diventa interessante. Cominciamo con l'analizzare i profili tecnici e morali dei due maestri.

Masutatsu Oyama:
Oyama era una vera e propria macchina da guerra che dopo aver vissuto per 14 mesi da solo su una montagna è sceso è si è messo ad abbattare tori a mani nude, ben 52! Buon background. Non disdegnava la pratica della meditazione, tutt'altro inquadrò il Kyokushin come una bilancia dove Zen e pratica dovevano avere lo stesso peso.


Jigoro Kano:
Grande studioso delle arti antiche e tradizionali d edicò tutta la sua vita allo studio e allo sviluppo di "una disciplina che potesse portare a grandi risultati con il minimo sforzo". Dava importanza anzitutto all'acquisizione della "Via" e la tecnica veniva concepita unicamente come il mezzo per raggiungere tale obiettivo. Non si hanno notizie di combattimenti ma è nota la perfezione della sua tecnica.

A questo punto come facciamo ad immaginare un risultato? Il primo è un lottatore che ha al suo attivo numerosi combattimenti dal risultato positivo, il secondo è un professore che ha fatto si che la sua tecnica non uscisse mai dal Dojo. Analizziamo ancora più puntigliosamente. Il Karate è una disciplina che offre moltissimo sul combattimento a media e a lunga distanza, tecniche di braccia e di gambe atte a neutralizzare l'avversario prima che possa avvicinarsi a una distanza pericolosa. Il Judo tradizionale è una disciplina che da il meglio di se nella distanza ravvicinata, in quanto il bagaglio tecnico comprende proiezioni e atterramenti.

Quindi per vincere il Karatek dovrebbe tenere a debita distanza il Judoka e avere la capacità di infliggere colpi destabilizzanti, allo stesso modo il Judoka dovrebbe avere la stessa capacità di entrare nella guardia del Karateka e applicare la propria tecnica.

Chi tra Oyama e Kano prevalrebbe sull'altro? Oyama avrebbe la capacità di contrastare la tecnica di Kano? E Kano avrebbe la capacità di contrastare la tecnica di Oyama? Come potremmo noi mortali decidere o anche solo immaginare il risultato di un incontro tra due leggende?

Quello da me fatto è forse una considerazione oltraggiosa per tutte e due le discipline ma ecco che sinceramente posso dire di non aver mai immaginato un risultato che andasse oltre il pareggio. Quando non c'è dislivello tecnico, spirituale e mentale come si può immaginare vittoria o sconfitta tra due contendenti?

Oyama e Kano sono ancora oggi due punti di riferimento per molti, furono pionieri di discipline che sono diventati veri e propri stili di vita, discipline che se praticate possono cambiare il modo di vedere il mondo. E' stato bello immaginare ma sono anche felice che non sia mai stato disputato un incontro tra i due anche perchè temporalmente impossibile.

venerdì 22 ottobre 2010

Zen

Zen... Meditazione... Un termine unico e semplice per indicare una pratica che è tutt'altro che tale. Sono anni che provo a praticare, sono anni che mi chiedo a cosa serva realmente la pratica, qual'è il risultato da raggiungere e come fare a riconoscerlo.


Grazie al Karate aadesso ho capito che queste sono domande superflue, queste domande non sono Zen, queste domande appesantiscono lo spirito. La pratica Zen è un semplice stile di vita atto alla semplice azione di "apprezzare qui e ora" in giapponese Gas-Sho. Con il Karate sono riuscito a raggiungere piccoli risultati che prima non avevo mai nemmeno immaginato, riuscire ad assaporare la pace, liberare l'energia e sentire quella degli altri.


Il viaggio verso l'illuminazione è lungo e tortuoso, ma bellissimo perchè godibile passo dopo passo. Il Karate, lo Zen e tutte le arti sono un cammino, fatto di passi, a volte lunghi a volte corti, ma essi non devono mai essere nè piccoli rendendo statico il viaggio nè lunghi tralasciando qualcosa alle spalle, devono essere giusti, e la misura standard può provenire solamente dal nostro spirito. Bisogna quindi imparare a camminare, ovvero mettere il nostro spirito in condizione di apprendere qualcosa dalla pratica e dopo mettersi in cammino cominciando con la vera e propria meditazione.


Lasciare alle spalle ogni pensiero, ogni dubbio, ogni ragione è uno dei primi passi sulla Via dello Zen.


OSU!

martedì 30 marzo 2010

Imparare, crescere e comprendere

Imparare, crescere e comprendere, questo è il titolo oggi. Con il passare del tempo si impara con il passare del tempo si cresce, a livello interiore e si acquisiscono informazioni tali da comprendere delle realtà. Ma quanto è cambiato il mondo delle arti marziali in appena 50 anni? Sono giovane, forse troppo per esprimermi in merito ma riconosco alcune cose. Una su tutti, il business. Business significa denaro, e tutto ciò è presente nel mondo marziale moderno. Parlando con "colleghi" ci rendiamo sempre più conto di come adesso sia il denaro a mandare avanti questo mondo, il mondo di discipline che lasciano sempre più la filosofia per la sportività. Perchè abbandonare la Via? Per fama? Cosa cercano tutte quelle persone che fanno del combattimento la propria vita? Prima era l'arte marziale, l'insieme di tutto a fare la vita, non una parte della disciplina.

La mia mentalità sta nel mezzo della nuova e della vecchia. Gli anziani sono soliti dire che la competizione indebolisce, i giovani ricercano il confronto per dimostrare di essere più forti. Il mio pensiero è a metà, la mia voglia di competere non proviene dalla voglia di vincere, ma dalla voglia di imparare e mettermi alla prova sotto il profilo tecnico-psicologico. Una gara non è come un semplice allenamento, la tensione si alza e lo stress prende il sopravvento, situazione complementare a quella di una possibile aggressione reale, dove la lucidità lascia il posto alla paura e a volte al panico. E in tutti e due i casi bisogna combattere. Il gareggiare quindi può essere uno stimolo al controllo emotivo, cercare la calma in momenti di agitazione, allena la mente e il corpo a rendere indifferente lo spirito e applicare le conoscenze in maniera corretta. Ma ci sono persone che agoniano il ring o il tatami solo per fare a botte, per la voglia di affrontare qualcuno, e questo va contro i principi delle arti marziali.

Funakoshi diceva :- Non si deve pensare a vincere ma pensare a come non perdere. Concetto secondo me meraviglioso. Ritornando al discorso iniziale, rimane il fatto che troppe scuole moderne non sono fondate appunto su veri principi morali, ma solo sul fatto se l'allievo è in grado o no di pagare la retta. I maestri si allontanano sempre di più dai concetti basilari della disciplina, sia tecnici che morali, trasmettendo quindi concetti sbagliati alle generazioni successive, che faranno poi lo stesso. Questa è la conseguenza di una globalizzazione sportiva che ha voluto tramandare le socializzazioni competitive piuttosto che quelle di apprendimento. Dovremmo un po' tutti aprire gli occhi e domandarci se è per questo che sono nate le arti marziali, e se stiamo seguendo la giusta via. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che facciamo e guardare indietro piuttosto che avanti, avere in testa il conctto che c'è sempre qualcosa da imparare e ritornare alle origini evitando questa involuzione marziale. I maestri del passato ci guardano da lassu e noi dobbiamo onorarli facendo nostri i principi per i quali hanno dedicato la vita.

domenica 29 novembre 2009

Il senso della Competizione

Dopo mesi mi rimetto a scrivere un nuovo pensiero su questa umile pagina online. L'estate è passata e l'inverno è alle porte, il mondo cambia ma non il mio spirito. La mia voglia di combattere rimane sempre la stessa. La mia voglia di migliorare, la mia voglia di superare me stesso. Questo rimane invariato.




In questi mesi mi si è presentata davanti l'opportunità di poter combattere di poter partecipare a quelle gare che tanto aspettavo. Anche il mio Maestro mi aveva dato l'ok per partecipare. Ero convinto, motivato e veramente carico quando prima di cominciare la tabella per gli allenamenti mi sono imbattuto in questa frase. Guardando Karate kid, si quel film famoso anni 90, mi è rimasta impressa una frase del "Sensei" Miyagi.




Durante una scena Daniel chiede al maestro di poter combattere nuovamente al torneo di Karate ma il maestro è contrario e all'insistenza dell'allievo risponde così




:-Daniel-San se Karate è usato per difendere l'onore e difendere la vita allora Karate significa qualcosa. Ma se Karate viene usato per difendere un trofeo di ferro e plastica non significa niente.




Questa frase mi ha fatto pensare molto. Ora io provengo dalla scuola Karate e milito in scuola kick-boxng ma penso che gli insegnamenti del mio Maestro sono intrinsechi di filosofia oltre che tecnica. Mi sono allora chiesto se fosse giusto azzardare tanto dopo nemmeno un anno di pratica. La mia partecipazione sarebe stata guidata dall'euforia o dalla saggezza di poter apprendere qualcosa anche da questo evento? Ho capito che combattere non significa vincere per forza, l'ho capito durante le sessioni di combattimento con i miei compagni. Non mi sento felice quando riesco a colpire qualcuno in volto con un bel pugno o quando prevalgo su un mio compagno meno esperto. Mi sento appagato quando riesco ad apprendere qualcosa da qualcuno che arriva e mi colpisce non necessariamente facendomi male ma quando l'esperienza combattiva diventa anche esperienza didattica. Se la volta prima il mio partner era riuscito a colpirmi con una certa tecnica la volta dopo riesco a schivarla, pararla o addirittura controattaccare. E' in quel momento che mi sento soddisfatto, quando realizzo di aver appreso qualcosa. Riconosco che vado a piccoli passi ma uno dopo l'altro formano un cammino e se quando ho iniziato era la preparazione al "viaggio" adesso sento come avessi varcato varcato la soglia di casa per immettermi sul lungo sentiero su cui la mia Arte mi conduce.




osu


sabato 20 giugno 2009


E' da molto che non scrivo su questo blog dove soltanto il mio maestro e il mio migliore amico sembrano dare un'occhiata.

Di cose ne sono successe veramente tantissime. Le più importanti? L'esame per il passaggio di cintura e la brutta mononucleosi che sembra voglia fermarmi a tutti i costi.


Giovedì 21 maggio si è tenuto il mio primo easame di passaggio con la mia nuova scuola di arti marziali. E' stata un'esperienza veramente importante. Era da tempo che non passavo di grado, e farlo in una disciplina che sembra diventata parte di me è una soddisfazione ancora più grande. Nella kik boxing non usa portare la cintura (obi) alla vita, solamente nelle competizioni di light contact. Ma alla fine dell'esame, nella mia borsa c'era una cintura gialla che ho stretto pensando a come è cambiata la mia vita dall'ultima volta che si strinse intorno al mio gi. Il percorso che ho seguito insieme al mio maestro nell'arco di tempo che mi ha portato all'esame è stato meraviglioso. E sarà una delle cose che rimarranno per sempre nel mio cuore. Anche le nuove amicizie hanno contribuito a rendere sempre più speciale questo tragitto e sono sicuro lo sarà per sempre. L'unico problema è che subito dopo l'esame qualcosa è andato storto la malattia del bacio mi ha costretto a letto per una decina di giorni, e questo è il meno! Devo stare fremo per ancora molto tempo in quanto sembra che le mie interiora siano "devastate". Ma è difficile non mettere piede sul tatatmi, pensando a quanto sia divertente allenarsi con queste persone e a quanto possa servire colpire un saccone e quanto sia bello uscire con un inchino onorando il lavoro di un pomeriggio. A settembre si ricomincia.


Il leone è pronto per il prossimo round.



Guerriero nel vento,
immobile spada.
Affila lo spirito.

mercoledì 8 aprile 2009

I guerrieri






Pochi giorni fa ho letto un libro che mi ha veramente fatto pensare e riflettere. Il titolo era "la storia dei 47 Ronin". Leggendo questo libro ci si fa un'idea piuttosto concreta di quello che era un vero e proprio guerriero giapponese. La classe dei guerrieri è qualcosa che possiamo trovare in qualsiasi tempo e cultura. Ecco io mi chiedo chi è un vero guerriero?
I samurai, combattenti del giappone che fu, sono un esempio da poter imitare. Pensare che si possa vivere solamente per servire, ma soprattutto morire per il proprio signore è un tipo di idea che non riesco a condividere. I samurai basavano il loro codice, il bushido, proprio su questo. Servire il proprio padrone fino alla morte. Io credo che essere guerrieri, veri combattenti non significhi questo. Un vero guerriero deve combattere per ciò in cui crede, deve essere disposto a dare la vita per qualcuno che ama, per una persona che conta davvero nella vita. Questo è ciò che rende un uomo onorevole chi si sacrifica poi per un ideale allora è un eroe. Questo perchè tenta di cambiare qualcosa non solo per se stesso o per chi gli è vicino, ma per tutte le persone. A tal proposito, leggevo su una rivista di arti marziali che da poco è morto un famoso maestro di brazilian ju-jitsu Helio Gracie. Veniva raccontata tutta la sua storia e veniva appunto definito come un vero e proprio guerriero. In un paragrafo di questo articolo ho letto qualcosa che mi ha realmente sconvolto. Gracie era sposato con una donna incapace di dargli dei figli allora lui l'ha lasciata e si è sposato con la domestica grazie alla quale ha avuto dei bambini, dopo di che si è trovato una terza moglie e ha proliferato nuovamente. Si elogiavano le sue azioni secondo le quali è grazie all'assenza di amore e sentimenti che si diventa dei veri combattenti. Io credo che chi si comporti così non può essere definito uomo, ma solamente bestia. Gli animali vivono per riprodursi, le piante. Ma l'uomo no, l'uomo vive per amare e nel MIO bushido c'è scritto che un vero guerriero deve combattere per qualcuno o per qualcosa per poter essere chiamato così.

martedì 24 marzo 2009

Cercare una via

Sto seriamente pensando di intraprendere una carriera da kick boxer... Combattere per il gusto di capire se si è all'altezza degli altri. Combattere per dimostrare a chi mi sta intorno che anche io ce la faccio in qualcosa se ce la metto tutta. Sono tante le pressioni esterne che mi dicono di non fare niente di tutto ciò. Come non poter ascoltare anche un po' queste voci? I consigli sono tutti per la mia incolumità e soprattutto perchè nessuno riesce a intravedere un futuro per me su questa "Via"... Una persona qualunque si farebbe scoraggiare da tutti i rischi che corre un lottatore, solamente guardando un incontro.
Ma è difficile placare il mio spirito. Molti aspetti della mia vita sono pressochè confusi e ancora su un piano molto astratto nelle mie visioni. Ma questo no, le arti marziali sono sempre state qualcosa di certo e delineato nella mia testa. Mi hanno dato la capacità di formarmi una personalità e dei principi a livello morale. Non nego certo la difficoltà nell'arrivare anche solo ad un traguardo marziale. Ma gli sport da combattimento sono anche l'unica cosa che mi fanno gioire quando mi si presenta davanti un ostacolo. Nella vita di tutti i giorni, quando qualcosa si frappone tra me e il mio obiettivo, non ho stimoli per superarlo, voglio solamente aggirarlo. Con le arti marziali non è così. Quando mi si presenta un ostacolo faccio di tutto per superarlo e non mi accontento di questo, perchè come l'Hagakure mi ha insegnato, un vero guerriero sente sempre che non basterebbero cento vite per arrivare alla perfezione...
Eccomi qui a scribacchiare qualcosa assaporando l'emozione di pensieri che mi piace poter buttare giù su una pagina web. I miei interventi alquanto rari mi portano comunque a inserire riflessioni piuttosto serie. Sono in un periodo di crescita, di decisione. Un momento dove devo scegliere cosa è giusto e cosa è sbagliato cosa è meglio per me e cosa è meglio per gli altri, le persone che amo. Tanti gli obiettivi, pochi i traguardi in vista. La scuola che rovina sempre e comunque qualsiasi tua aspirazione. L'istituzione che sempre e comunque è più importante di tutto ciò che ti sta attorno... Perchè?
Ho ripreso finalmente la mia carriera marziale. Dopo mesi di assoluto riposo finalmente ho potuto tirare qualche calcio e qualche pugno. Anche la pressione della musica nella mia testa comincia a farsi di nuovo sentire. La voglia irrefrenabile di buttarsi sul letto chitarra foglio e penna per scrivere qualcosa e dare sfogo ad una valvola di creatività. Ma niente è come "fare a cazzotti" in palestra. Dopo il primo calcio quell'euforia mi prende e mi trascina fino alla fine dell'allenamento e poi fino nel letto dove partono le più grandi ambizioni. Non sono mai stato una cima in niente, IN NIENTE cazzo. Però negli sport da combattimento sento di essere una persona diversa. Quando entro nella mia palestra smetto di essere il ragazzo stupido e intimorito della vita che lo circonda. Ogni pensiero, ogni problema, ogni vicenda negativa della giornata svanisce. Si mescola tutto in un turbinio di sentimenti volti alla scoperta di me stesso, volti al superamento dei miei limiti e soprattutto volti alla supremazia marziale sul mio avversario.
Molti dicono che le arti marziali devono essre paragonate al gioco di "chi tocca prima". Io vedo la lotta come uno sfogo della propria personalità ed è per questo che ci metto sempre tutto me stesso per raggiungere la perfezione in ogni colpo. Tutti i maestri che ho avuto hanno sempre acclamato le mie potenzialità spingendomi ad intraprendere la strada dell'agonismo. Non ho mai accettato per via del mio carattere tradizionalista nell'ambito delle arti marziali. Ma da quando ho cominciato con la kick boxing ogni pugno al saccone è un problema che se ne va, ogni calcio al mio avversario è un problema a cui non pensare più. Ho preso la seria decisione di intraprendere la carriera marziale, per vedere che effetto fa per vedere se sono davvero in grado di aggiudicarmi la cintura del campione, per vedere se davvero potrò mai diventare qualcuno, quel qualcuno che sogno da sempre di essere...